Gonzo48k
Hi-Fi Lovers

Gonzo 48k è un progetto elettropop in cui convergono le esperienze musicali di Luca Marrocco e Simone Pizzardo, che grazie alla giovane ed interessante etichetta Pippola Music, hanno confezionato questo “Hi-Fi Lovers”, composto da dieci notevoli tracce.
La cosa che colpisce subito di “Hi-Fi Lovers” è la perfetta qualità e nitidezza dei suoni, frutto di una produzione musicale di altissimo livello: ascoltando il disco “a scatola chiusa” si potrebbe benissimo pensare ad un prodotto di una major internazionale del settore.
Le coordinate musicali attorno a cui gravitano i suoni di questo sorprendente prodotto italiano fanno riferimento ad un’elettronica dichiaratamente pop, anche se non mancano riferimenti indie acustici, con un’amara ed intensa malinconia di fondo che pervade l’intero lavoro e riesce a liberare le singole canzoni da quella leggerezza tipica di certi suoni “easy listening”.
Sarebbe troppo facile paragonare i Gonzo48k agli Air e, sebbene qualche chiaro riferimento porti immediatamente ai lavori del famoso duo francese, bisogna dire che, ascoltando queste dieci ballate elettropop cantate in inglese, i Gonzo48k non mancano certo di classe e personalità.
C’è spazio anche per due possibili hit: come non lasciarsi ammaliare dall’avvolgente potenza di “Blonde Girl” e dalla malinconica energia di “Stars Underground”, episodi superlativi che alzano notevolmente la qualità di questo sorprendente lavoro.
Dieci canzoni delicate, se vogliamo leggere ma sostanziose allo stesso tempo, che paradossalmente potrebbero dare maggiore soddisfazione e lustro all’estero che non nei confini nazionali: da esportare immediatamente!
M.L.
BELLITAMBURI
Danza e ridanza

Danza e ridanza è l’esordio discografico dei Bellitamburi, ensemble capeggiata da Antonio Bruno e nata nel
Il gruppo ha sicuramente tratto notevoli benefici dall’incontro con musicisti appartenenti a culture e stili musicali differenti tra loro, infatti i suoni che vengono proposti nelle undici canzoni che compongono questo lavoro non sono facilmente catalogabili come musica popolare propriamente “tradizionale”.
Certo, si parte da scansioni ritmiche tradizionali (tarantelle, pizziche tarantate e ballate) ma l’elemento caratteristico dei Bellitamburi sta nella capacità di sfruttare ed accentuare queste basi rendendole ossessive ed ipnotiche, arricchendole con sonorità varie e dalla timbrica particolare e lasciandole accompagnare da testi istintivi dotati di una grande spontaneità.
Per una volta infatti sono i testi che accompagnano la musica e si lasciano trascinare dalle note, anche se va detto che le parole non rimangono in secondo piano: ogni canzone riesce infatti a rievocare immagini che rimandano alla terra che brucia arsa dal sole, agli usi e costumi del Sud Italia e si sentono forti anche gli odori delle culture arabe e saracene, musicali e non solo.
Il carattere innovativo di questo particolare modo di fare musica è accentuato dal fatto che i Bellitamburi usano strumenti autocostruiti (soprattutto per la sezione ritmica) da cui riescono a ricavare suoni particolari e caratteristici che ad un primo ascolto possono anche spiazzare l’ascoltatore ma successivamente coinvolgono e donano quel pizzico di originalità ad ogni singola canzone.
Veramente un esordio innovativo per un gruppo che dimostra di saper maneggiare con maestria le basi della musica popolare, modellando a proprio piacimento e con stile personale l’elemento musicale ed arricchendo con originalità la matrice etnico-culturale, che in fondo rappresenta la vera essenza della musica dei popoli.
M.L.
ANNIE HALL

La definizione “folk rural pop” ben si addice alla musica proposta dagli Annie Hall, quartetto bresciano che ha preso in prestito il proprio nome da un celebre film di Woody Allen.
Dopo qualche anno di gavetta e molte buone impressioni destate negli addetti ai lavori, gli Annie Hall arrivano così al loro primo LP, “Cloud Cuckoo Land”sotto l’attenta produzione di Pippola Music.
Il lavoro, composto da nove canzoni interamente cantate in inglese, sa mescolare abilmente le delicate atmosfere pop degli anni sessanta con venature folck rock e cantautorali, il tutto intriso di una dolce malinconia di fondo.
Si parte con “Ghost Legs”, primo singolo estratto, timida cavalcata folk impreziosita dai virtuosismi del banjo e da un basso pulsante che sa farsi sentire bene quando vuole.
“Open 24 Hours” invece è una bella ballata acustica, in cui dolcezza e malinconia si prendono per mano e ci tengono compagnia per un viaggio in un deserto silenzioso.
La parola che meglio descrive l’ascolto della successiva “Mushrooms” è “relax”, mentre la riuscitissima “Hugs & Kisses”, con i suoi malinconici arpeggi, ci fa staccare per un attimo dalla realtà e ci conduce in un dolce sogno pieno zeppo di nuvole di zucchero filato.
“Uncle Pig”, titolo dalla divertente traduzione, è la canzone che rappresenta l’essenza indie-pop degli Annie Hall: il ritmo qui si alza in un crescendo molto intrigante, tra tastiere impazzite e rullanti che imperversano.
Molto riuscite anche “Gone for good”, a mio avviso il picco massimo dell’intero lavoro, perla folck rock dal finale in crescendo e “The lost wallet”, delicata pop song, amara quanto basta.
Si prosegue poi con “Little Room”, che ci regala un finale di gran classe, canzone tutta da fischiettare distesi su un divano e la conclusiva “Another Age”, degna conclusione di un lavoro notevole sia nei suoni che nella produzione, perfetto nel suo genere, a cui si può imputare solo una certa leggerezza strutturale.
M.L.
ALE
Dieci canzoni quasi finite

Alessandro Bazzana (in arte aLe) ha sfornato un disco d’esordio di tutto rispetto e di grande intensità emotiva.
Le sue dieci canzoni, oltre ad essere molto sofferte e sicuramente ben definite (in contraddizione col titolo del disco), ci descrivono un cantautore che pur essendo al primo disco sembra avere già trovato la maturità dei grandi, abile a disegnare con pazienza sottili trame di una ragnatela in cui l’ignaro ascoltatore prima o poi rimane impigliato e, ascolto dopo ascolto, difficilmente riesce a staccarsene.
Il cantautore milanese regala emozioni canzone dopo canzone, anche grazie alla sua voce sussurrata e malinconica che ben si combina con l’intensità e la dolcezza degli arrangiamenti di tutti gli episodi di questo disco, che a mio avviso si eleva qualche spanna sopra la media di tutta la musica indipendente prodotta in Italia in questo momento.
Gli episodi più alti rimangono “La santa lotteria”, con il suo incedere sincopato ed un finale tutto in crescendo e “Lo show” che fa riflettere su quanto siano indegni e di scarso profilo alcuni, se non tutti i programmi televisivi nazionali. Di grande intensità anche “Non mi sento qui”, a tratti carezzevole nella sua malinconia e “Canzone
Particolarmente divertenti i lunghi ringraziamenti finali soprattutto per l’aneddoto dei peluche e nota di merito all’etichetta CNI, abile nello scovare giovani talenti a giro per l’Italia.
E’ proprio vero che quando le cose si fanno con passione riescono meglio: questo disco ne è l’esempio, trasuda passione e buoni sentimenti dall’inizio alla fine.
M.L.
THE CALORIFER IS VERY HOT
Marzipan in Zurich

The Calorifer is very Hot è un progetto che ruota attorno alla figura del giovane e talentuoso Nicola Donà, al suo album d’esordio per My Honey Records.
Marzipan in Zurich si compone di nove tracce in puro stile lo-fi, stralunate e non catalogabili in un genere musicale vero e proprio: qui la melodia pop a tratti dialoga con il country, dando vita a svagate cantilene quasi svogliate, ma appena si volta l’angolo si viene investiti da una cassa a quattro quarti e da potenti ritmi elettronici, il tutto condito con qualche goccia di sperimentazione sonora e con l’ulteriore aggiunta di malinconiche ballate folck.
Insomma, un gustoso calderone di influenze musicali tenute insieme dall’estro musicale di Nicola Donà, che “sbriga la pratica” in poco più di venti minuti, dimostrando di avere talento, anche se forse non del tutto messo a fuoco.
Si parte così col country stralunato e quasi svogliato di “Orange is a ba-ball”, per poi cambiare improvvisamente rotta ed imbattersi nel melodioso tappeto sintetico di “Slowmotion dream”, primo singolo estratto dall’album, su cui si dipana una ipnotica cantilena folk.
C’è anche spazio per un corposo riff in stile indiepop, colonna portante di “Take care go home”, in cui tornano alla memoria alcune belle cose dei Pavement e per l’estro musicale di “Smelling candles” dove l’incedere dei Calorifer si fa quasi psichedelico, sfociando in melodici cori distorti.
In “Outside is cold for us” c’è anche spazio per un’ospite: Paolo Torreggiani, che aggiunge a questo lavoro quell’irresistibile ritmo tipico dei “My Awesome Mixtape”, con l’aggiunta di disturbi melodici imbastiti ad arte .
Irresistibili sono anche gli accordi acustici di “Wocko” su cui risalta la malinconica voce quasi svogliata di Nicola Donà, per poi proseguire con l’incasinato cazzeggio in salsa indiepop di “Panda loser”, che dal vivo mieterà sicuramente molte vittime. Si conclude con il ritmo narcolettico di“Cats day afternoon”, caratterizzato dall’uso di organetti e tastierine giocattolo che aggiungono quel tocco di geniale sperimentazione e, nei contorni di un lavoro talmente vario e a tratti geniale, di sicuro non guasta.
M.L.
ULTIMAVERA
Dimore EP

Con questo Ep ottimamente autoprodotto in uscita per CinicoDisincanto, gli Ultimavera si affacciano sui confini nazionali proponendo cinque canzoni molto curate e sicuramente ben suonate. L’elemento caratteristico degli Ultimavera è l’elevata capacità di giocare con le parole, dando vita a testi mai banali e di rapida “commestibilità”, che ben si amalgamano con la miscela rock-cantautorale da loro proposta. Le canzoni fluiscono schiette, sembrano quasi cartoline illustrate, fotografie di particolari situazioni o di caratteristiche realtà paesane tanto care alla società italiana.
Si parte con la grintosa e adrenalinica “Francesco Saffa”, che inscena un simpatico siparietto tra due ex-compagni di scuola che si incontrano dopo molto tempo e certo non si nascondono i reciproci rancori repressi. Rock ed energia sono componenti che caratterizzano anche la successiva “Santodromo”, con un ritornello immediatamente cantabile e di sicuro appeal. La canzone di maggiore impatto è a mio avviso la successiva “Pornocrazia”, impreziosita da un riff adrenalinico e da suggestioni indie-rock che nulla tolgono alle parole, che come al solito scorrono fluide e affilate come lame di un rasoio. Stesso discorso vale per “Lunazioni”, che ben riesce a rendere musicabile un testo onirico, che sembra quasi uscito da un capitolo di Alice nel Paese delle Meraviglie. Si prosegue con “Stretto da Messina” canzone malinconica e a tratti personale, degna chiusura di questo EP che ci consegna una bella novità in cerca però di conferme sulla lunga distanza.
M.L.
COMPILATION 2007
Liberi di suonare (Cinico Disincanto)

Si tratta di una compilation con cui l’interessante etichetta romana Cinico Disincanto ci presenta alcuni tra i migliori artisti da loro prodotti.
Si parte con “Quel che accade”, frizzante traccia rock dei Cappello a Cilindro che, tra riff azzeccati e un crescendo adrenalinico, affrontano il tema di un amore decisamente non andato a buon fine.
Veramente bravi i Marcosbanda, qui presenti con la title-track del loro recente disco, “Il nome dei Pomodori”, lavoro capace di raggiungere in breve tempo numerosi consensi positivi, dagli addetti ai lavori e non solo.
Una piacevole sorpresa sono anche gli Ultimavera, che con la grintosa e adrenalinica “Francesco Saffa” ci raccontano le divertenti vicissitudini di due ex-compagni di scuola che si incontrano dopo molto tempo, dando vita ad un simpatico siparietto.
Si prosegue con la scanzonata “Domani” dei Tecnosospiri, autori di un pop-rock energico e molto orecchiabile e con “Quel po’di logica” dei Chiazzetta, che si muovono su coordinate musicali non distanti dal gruppo precedente, si divertono e ci fanno divertire.
Molto interessante “Banditi”, proposta dai Jacinto Canek, che parte come una traccia metal, ma poi risente di influenze varie, a tratti raggamuffin, a tratti travolgenti, soprattutto nei cori del refrain.
Si termina con il folck rock dei Pura Utopia, che con l’omonima canzone ci fanno riflettere sulle inutili distinzioni che troppo spesso ci dividono, causando ingiustificate reazioni di odio tra i popoli.
In definitiva una compilation azzeccata, molto varia, con cui la Cinico Disincanto ci dimostra ancora una volta che in Italia esistono gruppi molto preparati e pronti a “decollare”: basta crederci, investire un po’ di tempo e di buona volontà e…incrociare le dita!
M.L.
Littlebrown and Pentolino
Ziu Zau

Si tratta di uno split album in cui i due Paolo Moretti (curiosa la storia della loro omonimia e del loro “casuale” incontro su internet, da cui è nata l’idea di creare questo disco) si spartiscono 5 canzoni a testa, più la title track, eseguita congiuntamente in differita telefonica, quasi a voler trovare un ideale punto di incontro tra l’intelligente creatività di Pentolino da Firenze e la stravaganza di Littlebrown da Treviso, rispettive città di residenza dei due musicisti.
Originale e divertente la grafica, che raffigura in copertina i ritratti “schizoidi” eseguiti dagli stessi musicisti ed all’interno una serie di divertenti “mostriciattoli”, partoriti da menti sicuramente non banali ma piene di idee (e neanche troppo normali!).
Quello che più mi piace di questo disco sono proprio le idee: musica, grafica e libretto interno danno l’impressione che non si tratti di un progetto nato dal caso ma che il tutto sia iniziato dalla precisa volontà di proporre qualcosa di diverso ed innovativo, e tutto ciò a mio modesto avviso merita un grosso plauso.
Le coordinate musicali spaziano tra folk low-fi, spruzzate di grunge acustico e ventate di follia allo stato puro. Se l’obiettivo era quello di sfornare un prodotto nuovo, fresco e diverso dalle altre uscite discografiche, ebbene i nostri hanno centrato il bersaglio in pieno.
Tutte le canzoni, pur essendo scarne e quasi prive di un qualsiasi arrangiamento, riescono a colpire per originalità e creatività e soprattutto hanno quella dote particolare di rimanere ben “scolpite” nel cervello: una volta ascoltate entrano rapidamente in “circolo”e poi difficilmente se ne fa a meno.
Menzione particolare per “Making a mess”, deliziosa e strafottente folk song: da quando l’ho ascoltata per la prima volta non riesco più a guardare il mio stereo con gli occhi di una volta!
Pentolino e Littlebrown, strampalati e creativi menestrelli del rock, hanno tirato fuori dal cilindro un oggetto fuori dal comune e ci invitano ad entrarci dentro per poi perderci nei meandri della loro divertente e sana follia.
M.L.
MARCOSBANDA
Il nome dei pomodori
Che bella sorpresa i Marcosbanda!Ne avevo già sentito parlare bene, e dopo aver ascoltato attentamente questo loro primo lavoro, mi sento di confermare appieno i complimenti che piovono da più parti su questo gruppo composto da validi musicisti, “capeggiati” dal songwriter Marco Panetta.
Sono proprio i testi scritti interamente in italiano che con incredibile semplicità raccontano storie usando un linguaggio tutt’altro che banale ma perfettamente comprensibile e musicabile, a rappresentare il punto di forza dei Marcosbanda.
Finalmente qualcuno che rifugge dal noioso e sterile cantautorato italiano stile “amore-sole-mare” e ci prende per mano, toccando temi surreali (Il nome dei pomodori), parlando di speranze poetiche e forse utopiche (Sarebbe ora), raccontando storie divertenti (Dragau), ironiche (Ginoggino), riflessive (La coperta), teatrali (La vecchia Balilla) e a volte tremendamente romantiche (Se Veronica Sorride).
Un disco vario, ironico ed intelligente, fatto di canzoni vere, scritte con grande maestria e musicate altrettanto bene con un azzeccato mix di swing, jazz, bossa e cantautorato rock.
Il disco si chiude con un’azzeccata rilettura in stile pop-jazz di “
M.L.
Giuliano Dottori
Lucida

Con questo lavoro solista, ottimamente prodotto e confezionato dall’etichetta lombarda Ilrenonsidiverte, Giuliano Dottori ci propone una manciata di buone canzoni d’autore, basandosi su un songwriting piuttosto classico di matrice americana e con testi interamente in italiano.
Sono proprio i testi, molto introspettivi e ben curati, a rivelare la matrice poetica e malinconia di Giuliano Dottori, che riesce a tradurli in musica avvalendosi del lavoro e del talento di svariati musicisti, tra i quali Pasquale De Fina, Luca Saporiti, Marco Ferrara, Mauro Florean, Nicola Zuccalà, Marco Radaelli, Elena Colella e Daniele Tenca.
Come già detto il lavoro si presenta molto ben curato ed arrangiato con alcuni episodi veramente piacevoli, tra cui “Rancori e Segreti”, piccola perla malinconica e struggente, in cui mi è parso di percepire reminescenze lontane di Nick Drake, “Ogni giorno” dove un testo a tratti poetico viene tradotto in musica con atmosfere ricercate e piacevolmente rilassanti, “Alibi”, dolce ninna nanna acustica condita da un trio d’archi molto classico e “Nel cuore del vulcano”, costruita su di un testo molto diretto ed arricchita da atmosfere sognanti e carezzevoli.
Giuliano Dottori in questo disco dimostra non solo di saper costruire belle canzoni ma soprattutto di avere talento nella scrittura dei testi (“Lucida”, non a caso title track del diso, ne è un perfetto esempio), tutti molto malinconici ed introspettivi.
Proprio questo a mio avviso può essere il limite di questo lavoro, che a lungo andare risulta essere un po’troppo “quieto” e “monocorde”, forse non troppo adatto ad essere ascoltato e riascoltato più volte.
Ad ogni modo mi sento di esprimere un giudizio positivo sull’opera di questo nuovo artista italiano, sperando che nei prossimi lavori possa essere in grado di perfezionare il suo talento, già emerso in questo “Lucida”, avendo magari il coraggio di accantonare un po’di malinconia e proporre anche qualche episodio più ritmico, giusto per evitare la “monotematicità”, nota dolente di questo bel disco.
M.L.
Nordgarden
A brighter kind of blue

Cos’è il talento? E’solo quella caratteristica che distingue un buon musicista da un vero artista?
Non del tutto: il talento è quella dote innata che permette di trasformare le cose più semplici in poesia, senza alcuna apparente difficoltà.
Il norvegese Terje Nordgarden ha indubbiamente talento: a lui non servono molti ingredienti per costruire belle canzoni: una chitarra, due giri di tromba, un riff di banjo e soprattutto la sua voce, potente e maledettamente soul.
Molto curioso il suo percorso di vita: dopo aver studiato e approfondito i suoi studi musicali ad Oslo, si trasferisce a Bologna, dove inizia a farsi conoscere suonando nei piccoli locali, sviluppando la consapevolezza di fare della musica il proprio lavoro. Nordgarden viene presto notato dall’etichetta Stoutmusic, sotto la supervisione artistica di Paolo Benvegnù, che gli permette di registrare il primo album (“Terje Nordgarden”, 2003).
Nel 2004 Nordgarden torna a vivere in Norvegia, dove registra questo nuovo lavoro, interamente acustico. Si tratta di dieci canzoni molto eleganti, raffinate e nel tempo stesso incredibilmente semplici ed intense, dieci pezzi di vita raccontati in prima persona: solitudini, rancori, amori perduti , fughe solitarie e ritorni disillusi, il tutto rendendo omaggio un po’ a Nick Drake, un po’ a John Martyn, passando per Elliot Smith (a cui è dedicata la romantica “The Gift Of Song”).
Non si può non rimanere affascinati di fronte a questo nuovo lavoro di Terje Nordgarden, sia che ci si imbatta nella melodia ampia e solenne di “To the river”, nelle incursioni jazz di “Good Things Die”, nel folk-pop di “My Father The Sailor” o nei cori soul della title track “A Brighter Kind Of Blue”.
Dieci piccole gemme di spontaneità, classe ed eleganza: lo aspettiamo in Italia, dal vivo, dove pare che sappia evocare suggestioni ed emozioni come pochi altri!
M.L.
WITHOUT
Spleen Radio Homicide

I Whitout, gruppo milanese attivo dal 1993, dopo alcuni lavori autoprodotti giungono alla terza prova e con questo “Spleen Radio Homicide” ci consegnano un lavoro valido, anche se a tratti acerbo.
Dall’ascolto di queste undici tracce si denota una buona capacità compositiva, che, unita ad una soddisfacente qualità di registrazione ed al prezioso aiuto in fase di produzione della Maninalto Records, sono ottime premesse per un gruppo di età media giovane e con tanti margini di miglioramento.
Il sound del disco ci riporta alle atmosfere grunge della Seattle anni’90, e bisogna ammettere che in alcuni pezzi, come l’ispirata “Hey dj”, e le acide ”Italian cliché” e “Fire against”, i Without fanno il verso, e neanche male, ai mai troppo rimpianti Alice In Chains.
Il gruppo milanese dimostra di saperci fare anche quando il ritmo rallenta, come nella sulfurea “Liquid Guys” e negli oscuri intrecci di “Way of nothing”, consegnandoci ballads elettriche di buona fattura, dimostrando inoltre di possedere solide doti tecniche, come nella strumentale “Iena scubrus”
In altri frangenti vengono alla mente i più recenti Placebo (“Oval” e “Linus like saddam hussein”), mentre in alcuni pezzi i Without riescono ad amalgamare bene influenze nu-metal ad elementi stoner, rendendo così più vario il loro suond.
Un buon lavoro da parte di questi ragazzi, che per fare un’ulteriore salto di qualità devono però a mio avviso lavorare sulla propria personalità, cercando di forgiare un sound distintivo, caratteristico ed originale, magari privilegiando meno la tecnica e più l’“anima” e la struttura dei loro pezzi.
M.L.
NUOVI ORIZZONTI ARTIFICIALI
Quindici dita di spazio
Album di debutto per i milanesi N.O.A. che dopo qualche anno di dura gavetta sono riusciti a sfornare questo bel disco, grazie alla collaborazione con l’etichetta torinese i.presume.
Il genere musicale è elettro-pop con testi in italiano; le coordinate musicali spaziano tra Bluvertigo, Ustmamò, Dottor Livingstone, anche se il tutto viene affrontato con una certa dose di originalità ed ironia, a partire dai testi, che lanciano messaggi precisi e affrontano temi non sempre banali.
Si parte con “Processo a Lugin”, dura riflessione sul consumismo e sul materialismo imperanti nella società contemporanea, il tutto addolcito dalla bella voce di Emanuela Colli, che ben si amalgama con la voce impostata di Paolo Soffientini. Subito dopo i ritmi si alzano con “0.36 (frequenza stabile)” episodio ballabile più che riflessivo, che mi ha portato alla mente i primi lavori dei Bluvertigo. “La Fabbrica” è secondo me la canzone più riuscita del disco, in cui i N.O.A. prendono per un attimo le distanze dal pop e dall’elettronica “easy-listening” e ci descrivono con angoscia i pregi ed i difetti della mente umana, usando suoni metallici ed industriali che creano un’atmosfera inquietante. Si prosegue con “Svelando Salomè” canzone dal cui testo deriva il titolo del disco, amara riflessione sulle contraddizioni e gli equivoci che spesso dividono il sesso dall’amore, simbolica misura della distanza tra sentimenti ed istinto animale e delle complicazioni che poi ne derivano. Altre canzoni degne di nota sono “Artenoire”, lenta e raffinata descrizione di una storia d’amore e la conclusiva “Clelia ha il profumo del mare”, che col suo ritmo ripetitivo ed inesorabile, riesce ad evocare molto belne la fine di una storia d’amore.
In definitiva si tratta di un buon disco d’esordio per i N.O.A., che sono riusciti ad unire sonorità orecchiabili a testi complessi ed a tratti dolorosi. Non tutto gira però alla perfezione: il suono fin troppo pulito non rende merito all’energia che potrebbe essere sprigionata “live” e relega il disco in un settore marcatamente pop, che a mio modesto avviso non rende merito alle buone qualità, grinta ed originalità di questo valido sestetto milanese.
M.L.
Moltheni
“Toilette Memoria”

Se fossi un regista affiderei la colonna sonora dei miei film alla voce eterea e malinconica di Umberto Giardini, in arte Moltheni.
Il suo “Toilette Memoria” è un disco che non può lasciare indifferenti, proprio come il suo stile: o lo si ama o lo si odia.
Io appartengo alla prima delle due categorie; per me questa è una delle migliori produzioni artistiche del 2006 e non mi stancherò mai di affermare che Moltheni dovrebbe meritare una maggiore considerazione nel territorio musicale italiano.
Sicuramente il lavoro più riuscito dell’artista marchigiano, “Toilette Memoria” unisce ballate malinconiche e testi graffianti, che ho trovato più “accessibili” rispetto ai precedenti lavori, il tutto arrangiato e prodotto in modo notevole, con la voce di Moltheni che si insinua, incide, scava in profondità e lascia segni inequivocabili sopra e sotto la pelle di chi ascolta.
Molto belli i due pezzi strumentali: “Requiem per la repubblica italiana” e “Deserto biondo”, che dimostrano un ottimo affiatamento con i musicisti che stanno accompagnando Moltheni in tour in giro per l’Italia.
Si inizia con “Io”, solo voce e piano, e sono subito brividi, con la voce malinconica che dà sollievo e scandisce parole di granito, con un finale bellissimo seppur triste, che fa riflettere: “..nell’abbondanza piange la mia generazione”.
Molto coinvolgente anche “Eternamente nell’illusione di te”, dolce cavalcata romantica, impreziosita da vocalizzi quanto mai ispirati e da un ottimo arrangiamento musicale.
A mio modesto avviso il picco più alto del disco si tocca con “Bufalo”, canzone rilassante, confortante e sognatrice, quanto basta per chiudere gli occhi ed immaginare un immenso campo di grano riscaldato da un sole gigantesco color arancione.
Una nota di merito anche per “L’amore d’alloro”, dove le dita di Pietro Canali toccano tutti i tasti giusti e accompagnano passo passo questa struggente preghiera d’amore.
Arriva poi la bellissima “Nel futuro potere del legno”, amara e carezzevole al tempo stesso, canzone finale per un ipotetico film in bianco e nero dal sapore malinconico.
Alla fine dell’ascolto mi ritrovo a cantare ad occhi chiusi le parole di “L’alba, la notte e l’inferno”: “l’alba di ogni uomo è la notte di ogni donna, ...l’alba di ogni donna è l’inferno di ogni uomo” e senza saperlo mi sento un po’meglio e...rimetto il cd dall’inizio!
M.L.
Franklin Delano
Come Home

L’ultimo lavoro dei Franklin Delano prende le distanze dai precedenti dischi, più introspettivi e sperimentali, a favore di un folk-country melodico e sognante, in certi frangenti quasi “poppeggiante”.
Dopo un po’di tempo speso in tour in ogni angolo degli States e vari cambiamenti di formazione, Paolo Iocca e Marcella Riccardi hanno deciso di affidare la produzione del nuovo disco a Brian Deck (Modest Muse, Iron & Wine), tra Engine e Soma Studios a Chicago. I richiami sono proprio di quello stampo, così come gli eccellenti ospiti chiamati a dare il loro contributo: Jim Becker (Califone – banjo), Fred Lomberg-Holm (Flying Luttembachers – violoncello), Nick Broste (Wilco – trombone) e Josh Barman (Rob Mazurek – tromba), che assieme a Lucio Sagone (batteria), Marcello Petruzzi (basso), Vittorio Demarin (organo, piano, rhodes, viola) e Michele Sarti (percussioni, glockenspiel) creano un team di eccellente livello.
Si parte con “Come On”, pigra ballata folkish, con la soffice voce di Paolo Iocca che canta “ A mountain is a mountain”, accompagnata da banjo e glockenspiel, solenne apertura di un disco che riserverà insperate sorprese.
Nella successiva “Your Demons” viene esaltato il gran lavoro di Marcella Riccardi alle chitarre, unito al gusto estetico di Brian Deck, che è riuscito a rendere i suoni più “acidi” e più melodicamente semplici.
“Eight Eyes”, la mia preferita, parte con arpeggi country e prosegue con le voci di Paolo e Marcella che si fondono insieme e ci guidano in un percorso malinconico, traballante e maledettamente affascinante.
Si continua a sognare con “Dead Racoon”, desert – blues coinvolgente ed ispirato e con “I Know my Way”, dove si alzano i ritmi, complice una sezione fiati orchestrata ed incalzante.
La successiva “I am a Cow” è l’animo soul del disco: sonnolenta, pigra, quasi irritante, ma di un fascino quasi imbarazzante. Le successive “Motel Room” e “Scalise” sono ispirate da una matrice marcatamente psichedelica: gli spazi si dilatano, gli occhi si chiudono e i neuroni si accavallano…buon viaggio!
Infine, in “Night Train”, dove country e noise si incrociano senza fare a cazzotti, il ritmo si alza nuovamente e ci permette di imbracciare la nostra “air guitar” preferita.
I Franklin Delano hanno fatto un lavoro melodico ma non facilmente accessibile, soprattutto da un pubblico come quello italiano, con orecchie abituate a ben altre melodie. Come tutte le cose belle necessita di tempo per essere apprezzato appieno, e chi avrà pazienza sarà ricompensato in modo adeguato. Che sia il disco della maturità?
M.L.
Paolo Saporiti
The Restless Fall

Ci sono cose che vanno assaporate con calma, a poco a poco, aspettando il momento giusto per poterle giudicare.
Paolo Saporiti lo sa bene, ed ha sfornato un disco che rientra a pieno in questa categoria.
The Restless Fall colpisce subito per la bella copertina ed il libretto interno che comprende i testi sia in inglese che con la relativa traduzione in italiano (ottimo lavoro per l’etichetta Canebagnato Records). Sono però le liriche e l’intimismo oscuro che pervade l’intero disco ad affascinare e coinvolgere, ascolto dopo ascolto.
Paolo Saporiti riesce a farci entrare dentro il suo mondo cupo, malinconico ed introspettivo senza pretendere troppo; le sue in fondo sono canzoni semplici, anche se profonde, chitarra acustica e voce, nascono dal cuore e raccontano il lato oscuro di una vita, le angosce personali ed i fantasmi che troppo spesso bussano alla porta senza aver ricevuto alcun invito.
A noi non rimane altro che lasciarci prendere per mano dalla sua voce profonda e lasciarsi trasportare nel suo profondo percorso intimista, ascoltare con attenzione i monologhi sofferti e malinconici, chiudere per un secondo gli occhi e pensare ad un autunno freddo ed interminabile.
Disco sofferto, malinconico, al limite della monotematicità, e poco importa se non si riesce a distinguere bene la fine di una canzone dall’inizio della successiva: ciò che vale è la consapevolezza di aver ascoltato una bella storia, seppur sofferta, che ci ha regalato più di un’emozione.
M.L.
MICEVICE
Experiments on the Duration of Love
Dietro al progetto Micevice si nasconde la figura di Giovanni Ferrario, chitarrista e produttore attivo da quasi un ventennio con collaborazioni che spaziano tra Lula, Scisma, Cristina Donà, Morgan e non ultima PJ Harvey, che l’ha voluto a tutti i costi per la realizzazione del suo recente lavoro.
Experiments on the Duration of Love non è una nuova uscita bensì una ristampa di quel bellissimo lavoro prodotto nel 1999 e registrato tra
Di tutto ciò bisogna ringraziare My Honey Records, che ha riportato alla luce, con ottima nitidezza dei suoni e grande intensità emotiva queste undici bellissime canzoni scritte e suonate quasi una decina di anni fa ma dalle sonorità assolutamente attuali.
Ad animare quasi tutte le 11 tracce troviamo la splendida voce di Marta Collica, che sa essere teneramente soffusa nella notturna “Degenerate Me”, sognante in “True”, dolcemente ipnotica nelle atmosfere medioevali di “Sun”, inquietante durante lo strano incedere di “The velvet palace” e nella successiva “Denise” e tristemente malinconica nella bellissima “Sick”.
In tutti i pezzi si sente la personale impronta della chitarra di Giovanni Ferrario, struttura portante e vera anima di tutte le canzoni, che con nitidi assoli, talentuose distorsioni e geniali intuizioni riesce a costruire, aiutato da una sezione ritmica di gran valore, atmosfere sognanti, malinconiche ed a tratti inquietanti.
Un salto nel passato alla riscoperta di un gran bel lavoro, troppo presto finito nel dimenticatoio.Un disco che vale la pena di possedere, anche solo per rendersi conto come la bella musica possa sempre suonare attuale, anche con molti anni sulle spalle.
M.L.
FATA
La percezione del nero

I Fata, gruppo di Carpi attivo fin dal 2000, sono finalmente arrivati al loro esordio discografico dopo alcuni demo e una grande attività live, che li ha portati a partecipare e vincere una bella serie di concorsi dedicati alla musica indipendente italiana.
“La percezione del nero” è un salto indietro nel tempo, precisamente alla new wave inglese, genere musicale che spopolava negli anni 80.
Bisogna subito dire che i FATA hanno sfornato un gran bel prodotto, composto da dodici canzoni ottimamente suonate e prodotte, di immediato impatto, che hanno il grande pregio di entrare subito nella testa di chi ascolta e questa è una qualità non comune, soprattutto per chi si cimenta in un genere musicale non proprio attuale e soprattutto interamente cantato in italiano.
Oltre alla stupenda“Noir”, oscura e coinvolgente, il disco riserva grandi sorprese, come la successiva “Tempo alle tue parole”, arricchita da suoni industriali e con un ritornello che si insinuerà dentro il cervello senza andare via troppo facilmente, così come “L’assenza”, molto ballabile e con un finale di grande classe.
La voce di Roberto Ferrari a tratti ricorda il grande Morrisey e riesce a donare personalità e grinta a tutte le canzoni proposte: esempi lampanti ne sono “La sintesi dell’io” e “Cosa pensi di me”, dove l’adrenalina sale impazzita alle stelle.
C’è anche spazio per due canzoni che spezzano il trend musicale dell’intero lavoro: si tratta di “Nella mia noia” episodio intimista e malinconico e la finale “La linea continua”, ipnotica danza dal dolce incedere.
Al di là delle singole canzoni è l’intero lavoro ad essere estremamente coinvolgente e ben curato in ogni minimo dettaglio: i FATA non saranno il massimo dell’originalità ma sanno suonare e soprattutto sanno comporre ottime canzoni che meritano di essere ascoltate.
Andando a cercare il pelo nell’uovo l’unica pecca può essere il genere musicale non proprio attuale, ma se questo disco fosse uscito nel periodo d’oro della new-wave saremmo sicuramente tutti a parlare di un bel fenomeno discografico.
M.L.